Chi guida e chi cucina: come si impara il sessismo prima ancora di saperlo nominare

Come il sessismo è un problema che comincia dall’infanzia

In questo articolo trovi:

  • Cosa rivela una ricerca del CNR condotta su 412 bambine e bambini tra gli 8 e gli 11 anni
  • Come si formano gli schemi di genere e perché a quest’età il sessismo è grammatica e non opinione
  • L’asimmetria della cura: perché lo stereotipo del ruolo femminile resiste, soprattutto tra le bambine
  • Perché non è una questione di classe e cosa aumenta o riduce l’adesione agli stereotipi
  • Cosa prevede la legge 104/2026 sul consenso informato e cosa resta possibile a scuola
  • Cosa si può fare da subito, in classe e a casa

Se pensate che il sessismo sia una questione da adulti, fatta di colloqui di lavoro, incarichi assegnati e disparità in busta paga, provate a chiedere a una classe di quarta elementare chi guida meglio la macchina e chi cucina meglio. Le risposte arrivano rapide e sicure. E raccontano che molto di ciò che osserviamo nelle organizzazioni comincia parecchio prima.

Nella primavera del 2021 un gruppo di ricerca dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha fatto esattamente questo: ha coinvolto 412 bambine e bambini tra gli 8 e gli 11 anni in otto scuole primarie di Roma, presentando loro un elenco di attività e ruoli e chiedendo chi li svolgesse meglio – i maschi, le femmine o entrambi.

Solo il 18% ha risposto “entrambi” per tutti i ruoli tradizionalmente femminili – cucinare, pulire, fare la spesa, prendersi cura dei bambini. Per i ruoli associati al maschile – guidare, fare lo scienziato, guadagnare molto, essere il capo in famiglia – la quota si ferma al 14%. Più della metà del campione mostra livelli medi o alti di adesione agli stereotipi di genere (Cerbara, Ciancimino, Tintori, 2022).

1. Una grammatica appresa presto

La psicologia dello sviluppo parla di schemi di genere. Fin dai primi anni, bambine e bambini costruiscono categorie per ordinare il mondo, e il genere è una delle più visibili e più insistentemente segnalate dagli adulti. Non le assorbono passivamente: cercano regole su cosa “fanno” le donne e cosa “fanno” gli uomini e le applicano con il rigore di chi ha appena imparato una grammatica.

Gli autori e le autrici dello studio lo dicono chiaramente: gli stereotipi funzionano come scorciatoie cognitive, semplificano la complessità e, nel farlo, stabilizzano lo status quo. A questa età il sessismo non è un’opinione, ma un modo di leggere la realtà, che si installa prima ancora che ci siano gli strumenti per metterlo in discussione.

2. L’asimmetria della cura

Il dato più interessante non è la diffusione degli stereotipi, ma il loro andamento. Crescendo, l’idea che esistano attività esclusivamente maschili si indebolisce, per le bambine come per i bambini. La convinzione che esistano compiti esclusivamente femminili, invece, resiste, soprattutto tra le bambine. In quinta elementare, più della metà di loro, ritiene ancora che alcune attività possano essere svolte solo dalle donne.

Chi si occupa di gender gap nelle organizzazioni riconoscerà lo schema. Le porte dei ruoli di potere si aprono, almeno sul piano delle idee, mentre la cura resta un destino. È la stessa asimmetria che ritroviamo trent’anni dopo nel lavoro domestico, nei congedi, nei part-time.

Lo studio rileva anche che ciascun gruppo aderisce di più agli stereotipi del proprio genere. Lo stereotipo, quindi, non è solo un’idea sugli altri: è un pezzo dell’identità che si sta costruendo.

3. Non è una questione di classe

Un risultato controintuitivo riguarda le famiglie. Status culturale e condizione economica dei genitori non mostrano relazioni statisticamente significative con l’adesione ai ruoli di genere. A questa età il sessismo è culturale, trasversale, respirato ovunque.

Emergono invece due associazioni. Più tempo passato con i videogiochi corrisponde a una maggiore adesione agli stereotipi. E nei bambini con maggiori tendenze prosociali – più attenti alle emozioni altrui – l’adesione alle rappresentazioni dei ruoli “femminili” è più bassa. L’empatia sembra funzionare come fattore protettivo. E l’empatia si può allenare.

4. Perché l’educazione affettiva e perché presto

La conclusione della ricerca è netta: fino agli 11 anni gli schemi di genere sono ancora in formazione e gli interventi a questa età possono essere più efficaci di quelli rivolti a studenti più grandi.

Qui entra in gioco l’educazione sessuoaffettiva, spesso fraintesa. Nelle linee guida internazionali, come quelle dell’OMS Europa e dell’UNESCO, per l’infanzia significa nominare le emozioni, imparare il rispetto dei confini, riconoscere che le relazioni si costruiscono tra pari. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, è ancora più netta. L’art.14 chiede alle Parti di includere nei programmi scolastici, a tutti i livelli e in modo adeguato all’età, materiali sulla parità tra donne e uomini, sui ruoli di genere non stereotipati, sul rispetto reciproco, sulla soluzione nonviolenta dei conflitti, sulla violenza di genere e sul diritto all’integrità personale.

Con la legge 9 giugno 2026, n. 104, in vigore dal 7 luglio, il quadro italiano è cambiato. Nella scuola dell’infanzia e nella primaria sono escluse le attività che riguardano la sfera della sessualità; nelle secondarie serve il consenso scritto preventivo delle famiglie. Il governo la presenta come una norma di tutela dei minori e di trasparenza verso le famiglie. Le associazioni e parte della società civile temono, invece, che il vincolo freni i percorsi di prevenzione della violenza.

Resta un fatto che lo studio rende evidente: ciò che si interiorizza tra gli 8 e gli 11 anni non riguarda la sessualità, ma la divisione dei ruoli e della cura. Un bambino che a nove anni ha imparato che la cura non lo riguarda e il comando sì, porterà quello schema nelle relazioni affettive e, più tardi, in quelle professionali. Sono gli stessi autori a rintracciare negli stereotipi le radici di pregiudizi, discriminazioni e violenza.

5. Cosa si può fare, da subito

Usare lo spazio che c’è. Nella primaria la legge esclude i temi della sessualità, non il lavoro su ruoli di genere, cura, emozioni ed empatia: è proprio il terreno su cui si gioca l’interiorizzazione degli stereotipi e va coltivato con continuità – nei materiali, nella didattica, nella relazione.

Usare la domanda della ricerca in classe. “Chi lo fa meglio?” è un ottimo innesco di discussione. L’obiettivo non è correggere le risposte, ma far emergere l’opzione “entrambi” e chiedere da dove viene quella certezza.

Osservare le pratiche quotidiane. File separate per maschi e femmine, incarichi “da bambine” come riordinare o supportare, complimenti che premiano il coraggio nei maschi e la gentilezza nelle femmine.

Allenare la prosocialità, soprattutto con i bambini. Nominare le emozioni, prendersi cura di qualcosa o di qualcuno, rendere la cura un’attività di tutti e non solo di tutte.

Educare ai media. Guardare insieme videogiochi e cartoni, chiedere chi è l’eroe e chi viene salvato e perché.

Fare della trasparenza un’alleanza. Nelle secondarie condividere materiali e obiettivi è ora un obbligo: può diventare l’occasione per trasformare le famiglie in interlocutrici, non in controparti.

Nessuno nasce sapendo chi deve cucinare e chi guidare: lo si impara. E ciò che si impara si può mettere in discussione, a cominciare da chi ha otto anni adesso. 

Voi, quando vi siete accorte o accorti che non era una legge di natura?

Giorgia Ortu La Barbera

Consigliera di Fiducia per Rai, Sapienza e Greenpeace
Consulente per la Diversity, Equity & Inclusion | Psicologa e Coach | Attivista

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