Un metodo pratico per smontare le frasi sessiste, riconoscendo e svelando il meccanismo che nascondono.
In questo articolo trovi:
- Cos’è il backlash e perché funziona così bene
- 4 frasi comuni e come smontarle
- Come rispondere, e quando conviene lasciar perdere
Da tanti anni mi occupo di parità di genere, e progressivamente ho assistito a un cambiamento nei discorsi che vengono fatti in mia presenza. Nessuno mi rivolge più frasi del tipo “come tutte le donne sei emotiva” oppure “che fortunata, hai un marito che cucina”. Questo accade (o meglio, non accade) perché il mio attivismo mi anticipa e orienta le conversazioni. Se a me non vengono rivolte frasi sessiste, mentre continua a capitare ad altre, è perché chi le pronuncia sa bene che non gliele farei passare.
Accade però che ci siano ben altre situazioni e conversazioni in cui vengo di frequente coinvolta, in cui la sintesi del discorso è “ormai non si può più dire niente”. Una frase che, a ben vedere, si smentisce nel momento stesso in cui viene pronunciata: chi dice “ormai non si può più dire niente” lo sta facendo senza alcuna conseguenza!
Ma al di là del paradosso, la frase trova un certo terreno di consenso perché sposta l’attenzione da chi subisce un’offesa a chi teme di non poterla più fare. Capovolgendo i ruoli, ecco che chi chiede rispetto sta agendo una censura, mentre chi offende diventa la vittima. E assumere il ruolo di vittima di presunti censori (vedi “le nazi femministe”, “il complotto woke”, “la teoria del gender”…) è ben più comodo dell’essere identificate come persone che offendono: un ruolo che nessuno vuole avere in società. Per questo è una posizione che trova ampio consenso, il comune vittimismo libera dal doversi prendere la responsabilità individuale di quello che si dice.
È il cuore di quello che si chiama backlash: non il sessismo che aggredisce le donne, ma quello che aggredisce l’intero discorso sulla parità. E nell’essere presentato come una “forma di rivendicazione” sposta il focus sul “diritto e la libertà di espressione”, rendendolo quindi un sessismo ampiamente accettato.
1. Che cos’è il backlash e perchè funziona così bene
Il backlash è la reazione di rigetto che si attiva ogni volta che un gruppo storicamente svantaggiato ottiene margini di parità: più aumentano i diritti conquistati, più si moltiplicano le resistenze, quasi mai dichiarate come tali. Il termine è stato reso popolare dalla giornalista Susan Faludi, che lo ha usato per descrivere la reazione culturale ai progressi ottenuti dalle donne, e da allora è entrato nel linguaggio degli studi di genere.
È un meccanismo che agisce quasi sempre attraverso il linguaggio: non affermazioni dirette, ma frasi che sembrano neutre mentre stanno spostando il discorso.
Il backlash non ha bisogno di convincere che le donne valgano meno. Gli basta convincere che il problema non esista, che sia già risolto, o che parlarne sia peggio del problema stesso.
È un sessismo che si presenta come pragmatismo, buon senso, a volte persino come “femminismo”, nelle varianti quali “per la parità, non è giusto promuovere una donna in quanto tale”.
Rispondere frontalmente a queste forme di sessismo “dei massimi sistemi” è quasi sempre inefficace: basandosi su presupposti fallaci, e presentandosi come incontrovertibili verità, la loro forza sta nel farci sembrare permalose o accalorate in caso di replica.
Cosa fare allora?
Sulla base della mia esperienza, se si decide di imbarcarsi in una discussione sul tema, funziona meglio nominare il meccanismo che confutare un contenuto che, basato sul nulla, è inconfutabile.
Facciamo allora un esercizio di svelamento del meccanismo sotteso alle forme più diffuse di questo sessismo così subdolo.
2. 4 frasi comuni e come smontarle
«Ormai si ha paura persino a restare in ascensore da soli con una donna»
Qui il meccanismo è il capovolgimento vittima-aggressore, in cui si trasforma l’uomo in soggetto minacciato da una possibile accusa diffamante ad opera di una donna. Un modo per ribattere è chiedere di esplicitare come mai, se in ascensore ci si comporta in maniera corretta, una donna dovrebbe accusare di molestia. Potrebbero uscirne rappresentazioni interessanti sulle donne opportuniste, che ricattano, che prima seducono e poi denunciano per vendetta. Ecco quindi che si passa facilmente a una forma esplicita di sessismo, che non può più mascherarsi dietro la frase generica del “diritto negato” di prendere l’ascensore.
«L’hanno presa perché serviva la quota rosa»
Il meccanismo di questa frase è la delegittimazione: la competenza della donna promossa o assunta non viene neanche negata, semplicemente non viene presa in considerazione. È un meccanismo molto frequente, in cui il risultato ottenuto da una donna diventa spiegabile senza ricorrere al merito, alla competenza, all’impegno. È la traslazione moderna ed elegante del vecchio “sappiamo come ha fatto carriera”. E se in gara per quella posizione c’era anche lui, chi cita la frase, ecco che riconoscere che una donna sia stata più brava è talmente inaccettabile da non essere valutata come ipotesi. Apre le vecchie ferite del “ti sei fatto battere da una femmina” di infantile memoria. E, come sappiamo, i vecchi traumi trovano nella negazione un ottimo luogo in cui nascondersi.
Lo svelamento si applica con domande semplici: quindi stai dicendo che l’azienda avrebbe preso, in quella posizione così critica, una persona senza competenze? Oppure: quindi stai dicendo che XY non abbia le competenze per ricoprire quel ruolo? A quel punto, il discorso deve andare nel merito per poter stare in piedi.
«Basta con queste storie del gender gap: abbiamo perfino il presidente del consiglio donna!»
Qui c’è il token come alibi. Il token è la presenza in un determinato contesto di poche persone di un gruppo sottorappresentato, presenza che vorrebbe dimostrare che un certo fenomeno non esiste. Il fatto è che è vero esattamente il contrario: la singola presenza rende quell’assenza strutturale più visibile, non la attenua, perché quelle persone sono dei simboli anziché una norma.
Se volete una contro argomentazione pronta, sappiate che, a oggi, le sindache sono il 15%; le presidenti di regione il 10%, le donne in parlamento il 33% e per il 17% sono presidenti di commissioni, mentre per restare nel consiglio dei ministri sono 3 su 25, il 12,5%. Di volta in volta adattabili ai diversi contesti organizzativi con il numero di donne in CdA, dirigenti, manager etc.
«Io sono mamma di due figli e ho fatto comunque carriera: il genere non conta, conta l’impegno»
L’aneddotica negazionista si basa sul survivor bias (l’errore del sopravvissuto), lo stesso che porterebbe a concludere che i naufragi non esistono intervistando solo chi è tornato a riva. L’esperienza individuale, per quanto autentica, viene usata come prova statistica, e nel farlo rende invisibili tutte quelle che non ce l’hanno fatta, insieme alle barriere che le hanno fermate.
Un modo per svelare il meccanismo può essere, ad esempio, chiedere quante altre donne nella stessa condizione non ce l’abbiano fatta e come mai. Se la risposta è “non si sono impegnate” lasciate perdere: è una battaglia che non vale la pena di combattere.
3. Come rispondere, senza combattere ogni battaglia
Il backlash funziona perché trasforma il sessismo in una questione di “buon senso” o “libertà di parola”, anziché un problema che danneggia chi lo subisce. Ma ha un limite: il meccanismo su cui poggia è sempre lo stesso, ed è il ribaltamento.
Capovolgimento vittima-aggressore, delegittimazione del merito, token come alibi, negazionismo per aneddoto: una volta riconosciuti, questi meccanismi perdono la loro invisibilità. Non serve combattere ogni argomento, ma allenarsi a riconoscere e a nominare il presupposto fallace che sta sotto. L’alternativa è il silenzio, che di solito viene interpretato come consenso.
Non abbiamo il dovere di rispondere, ma abbiamo il diritto di scegliere quando e come far diventare queste frasi delle conversazioni. E ogni volta che lo facciamo, spacchiamo l’alibi di chi dice “ormai non si può più dire niente”.
→ Riconoscere queste forme sottili di sessismo è il primo passo. Se in azienda vuoi lavorare su questi meccanismi in modo strutturato, con il team HR, con i manager, o in un percorso formativo, ne parliamo insieme.
Giorgia Ortu La Barbera
Consulente per la Diversity, Equity & Inclusion | Psicologa e Coach | Attivista