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Nel 1989 Jodie Foster vince il suo primo Oscar come miglior attrice per Sotto accusa. Una statuetta arrivata dopo valutazioni accurate e il voto di centinaia di persone. Eppure, racconterà più tardi, la sua prima reazione non fu di orgoglio, ma la convinzione che si trattasse di un colpo di fortuna. E la fantasia che qualcuno sarebbe presto venuto a bussare alla sua porta per dirle che, in realtà, quel premio era destinato a Meryl Streep.
Se ti è capitato di provare qualcosa di simile, minimizzare un risultato, attribuirlo al caso, temere di essere “scoperta” da un momento all’altro, questo articolo parla di te. E di moltissime altre persone.
Partiamo da ciò che non è.
Non è un disturbo psicologico: non compare in nessun manuale diagnostico. E non è nemmeno, semplicemente, mancanza di fiducia in sé, perché la fiducia, con l’esperienza, si allena.
La sindrome dell’impostore (impostor phenomenon, secondo la definizione coniata nel 1978 dalle psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes) è qualcos’altro: è la distanza tra i risultati che ottieni, i traguardi che raggiungi e che gli altri riconoscono, e la convinzione intima di non averli meritati, di non esserne all’altezza.
Possiamo definirla come un’esperienza che si nutre di un sentimento molto preciso: quello dell’inadeguatezza. Ma è anche “la maschera” che indossiamo per nasconderlo. Gli altri ti considerano competente, raggiungi obiettivi concreti e misurabili, eppure sei convinta di non essere la persona che credono tu sia. E vivi con la paura, sottile e costante, di essere smascherata.
Spesso non la riconosciamo, perché la scambiamo per modestia o per “sano spirito critico”. Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci.
Questo vissuto può assumere forme diverse, vere e proprie maschere che indossiamo per celare il nostro senso di inadeguatezza:
Riconoscersi in una (o più) di queste modalità è un primo, prezioso passo di consapevolezza.
Qui arriva la domanda più difficile. La sindrome dell’impostore riguarda tutti, uomini compresi. Ma per le donne ha radici profondamente culturali.
Per secoli la donna è stata raccontata attraverso una narrazione di imperfezione: emotiva, instabile, poco incline alla razionalità, usata proprio per precluderle l’accesso alla sfera pubblica.
Se per generazioni ti viene ripetuto che sei inadeguata e che il tuo perimetro “naturale” è quello domestico, quel messaggio finisce per diventare una verità interiore.
Quando le donne sono uscite da quelle mura, appena qualche decennio fa, si sono portate dietro l’atavico senso di inadeguatezza ai contesti pubblici che hanno iniziato ad abitare.
Sono le pressioni che misurano di continuo le donne rispetto a uno standard irraggiungibile, e che si traducono in veri e propri mandati, delle norme di genere:
C’è poi un effetto molto concreto, sul lavoro: la tendenza a candidarsi per una nuova posizione solo davanti a una corrispondenza quasi perfetta tra requisiti e competenze, là dove altri si “autorizzano” a provarci anche con qualche casella vuota.
Qui i numeri raccontano qualcosa di più scomodo e più strutturale. Secondo alcune ricercatrici (Ellingrud, Yee e Martínez, Harvard Business Review, 2025), il problema non è la mancanza di ambizione: le donne esprimono un desiderio di crescere e di arrivare a ruoli decisionali pari a quello degli uomini.
È il “gradino rotto” a fare la differenza: alla prima crescita verso un ruolo manageriale, per ogni 100 uomini vengono promosse solo 81 donne. È lì, proprio all’inizio della carriera, che si apre la forbice, e ogni gradino successivo la allarga.
A questo si aggiunge un meccanismo che con la sindrome dell’impostore ha molto a che vedere. Le stesse autrici osservano che le donne, sul lavoro, hanno quasi il doppio delle probabilità degli uomini di essere scambiate per qualcuno di livello inferiore, e che più spesso vedono attribuire ad altri il merito delle proprie idee: capita al 37% delle leader donne, contro il 27% degli uomini.
Esperienze come queste, ripetute, finiscono per essere interiorizzate, creando un circolo vizioso in cui i pregiudizi esterni alimentano i pregiudizi interni.
Ed è esattamente questo il punto. La sindrome dell’impostore prende una barriera sistemica e la traveste da colpa individuale, convincendoci che se non avanziamo è perché non siamo (ancora) abbastanza brave. La fatica è reale, ma l’origine, molto spesso, è fuori di noi.
Una nota, per chiudere. Un po’ di sindrome dell’impostore può perfino essere utile perché ci tiene in dialogo con il desiderio di migliorare. Il problema nasce quando smette di accompagnarci e comincia a bloccarci.
E qui vorrei lasciarti una domanda: ti sei riconosciuta in qualcuna di queste maschere? In quale? Condividilo: perché scoprire di non essere le uniche è spesso già metà del lavoro.
Se ti interessa approfondire da una prospettiva di genere, un libro che vale la pena leggere è “E se poi mi scoprono?” di Élisabeth Cadoche e Anne de Montarlot.
→ Se ti sei riconosciuta in qualcuna di queste maschere e vuoi capire come trasformare la consapevolezza in cambiamento, personale o organizzativo, possiamo parlarne. Spesso il primo passo è proprio nominare ciò che fino a un momento prima sembrava solo “carattere”.
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